Mi confronto, dunque soffro. Perché?


Abbiamo visto quanto sia importante imparare a "confrontarci" con noi stessi e quanto l'auto-focalizzazione sia uno strumento essenziale per riuscire a comprendere meglio le nostre emozioni, i nostri vissuti. Sappiamo anche quanto, in realtà, un eccesso di auto-focalizzazione, specialmente in determinati momenti della vita, richieda ad una persona anche di sapersi districare dal rischio di pensieri fin troppo intrusivi e ricorrenti.

Tali pensieri, traggono spesso origini da un processo di confronto che viene fatto tra canoni individuali di riferimento, ovvero tra il nostro Sé Reale ed i nostri Sé Ideale ed Imperativo.

Ma cosa accade quando la differenza tra ciò che sentiamo di essere e quello che vorremmo essere o pensiamo di dover essere è particolarmente significativa?

Entra in atto un meccanismo che la Psicologia definisce come un processo di deprivazione, che sorge principalmente in relazione ad un confronto di tipo sociale. Secondo la Teoria della Deprivazione Relativa (Stouffer, 1949), i sentimenti umani di scontentezza sorgono dalla convinzione che altri individui (o altri gruppi) si trovino in condizioni migliori.

In poche parole, misuriamo i nostri Sé Ideale, Reale ed Imperativo, in funzione di riferimenti sociali che, se non adeguatamente interpretati, conducono a svalutazioni eccessive e quindi anche a possibili stati di malessere.

Certamente l'essere umano è per definizione, un "animale sociale" che fa proprio della relazione, l'essenza del proprio agire. Ed è talmente abituato a relazionarsi e confrontarsi con gli altri che il senso di deprivazione può giungere indipendentemente dalla realtà oggettiva (per questo motivo parliamo di privazione relativa).

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Cosicché se pensiamo di aver trovato un buon lavoro, in quanto esso è universalmente riconosciuto come tale, è anche vero che se ci paragoniamo ad un conoscente che ne ha uno migliore pur non avendo maggiori competenze (almeno dal nostro punto di vista...), il confronto genera un senso di privazione e correlata frustrazione.


Secondo alcune teorie che hanno approfondito tale tema, il malessere collegato alla deprivazione nasce soprattutto quando la discrepanza rilevata acquisisce un carattere di tipo meritocratico ("merito di più di quello che invece posso ottenere").

Tuttavia tale sensazione di deprivazione può essere o proiettata all'esterno (in forma di protesta, di vendetta, o di rivendicazione) rendendola pertanto meno potente, oppure verso l'interno (attribuendosi la colpa dell'insoddisfazione), in funzione del nostro controllo esterno o interno rispetto agli eventi (dipendono dagli altri/dipendono da noi).


È per questo motivo che il processo di auto-focalizzazione può essere decisivo in relazione al benessere psicologico individuale: se esso infatti alimenta un circuito di colpa personale, il confronto tra il nostro sé Ideale e quello Reale sfocia in malessere transitorio o perpetuo a causa del confronto costante con gli altri.
Se al contrario esso nutre un percorso di consapevolezza dei propri desideri, aspirazioni, sentimenti ed emozioni, indipendentemente da ciò che hanno gli altri, e dai meriti altrui, i nostri canoni di riferimento possono acquisire una dimensione maggiormente accettabile, rendendoci artefici dei nostri obiettivi personali, che possono essere pertanto definiti, programmati e, con maggiore probabilità, raggiunti.



Autofocalizzarsi, infatti, offre grandi vantaggi quando tale processo diviene sinonimo di assertività, di autostima e di rispetto per se stessi.



Dr Fabio Ciuffini
Psicologo a Prato, Altopascio e zone limitrofe
(Lucca, Montecatini).

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